Quando la Terra Urlò


     Avevo il vago ricordo di aver udito il mio amico Edward Malone, della Gazette, parlare del Professor Challenger, insieme al quale aveva intrapreso avventure memorabili. Io sono però così occupato dalla mia professione e la mia ditta è così sovraccarica di ordini, che so ben poco di quanto accade nel mondo, all’infuori dei miei interessi specifici. Mi sembrava di ricordare che Challenger mi fosse stato descritto come un genio selvaggio, dal carattere violento e intollerante. Rimasi molto sorpreso nel ricevere la sua lettera d’affari redatta in questi termini:

"Enmore Gardens, 14 bis
Kensington.

     Signore,
mi trovo nella necessità di richiedere le prestazioni di un esperto in pozzi artesiani. Non Le nascondo che personalmente non ho un alto concetto degli esperti, avendo di solito riscontrato che se uno possiede, come me, un’intelligenza valida, può avere una visione più profonda e più vasta di chi ha una preparazione specialistica (la quale spesso purtroppo è solo un mestiere) e la cui visione quindi è limitata. Nonostante ciò, sono disposto a concederLe una prova. Scorrendo la lista degli esperti in perforazioni artesiane, mi ha incuriosito la stranezza, per non dire l’assurdità del suo nome di battesimo, e in seguito ho scoperto, nel prendere informazioni, che un mio giovane amico, Mr. Edward Malone, la conosceva bene. Scrivo quindi per dirLe che sarei lieto di poterLa incontrare e che se Lei rispondesse alle mie esigenze -- che non sono modeste! -- sarei disposto a mettere nelle Sue mani una faccenda della massima importanza. Non posso al momento dirLe di più perché si tratta di una cosa molto riservata, tale da dover essere discussa solo di persona. La prego quindi di annullare subito qualsiasi impegno Lei avesse e di venirmi a trovare all’indirizzo di cui sopra, alle 10,30 di mattina, venerdì prossimo. Fuori della porta noterà un raschietto per le suole e uno zerbino, e ricordi che la signora Challenger è molto gelosa della sua casa.
     Suo
     George Edward Challenger."

     Passai questa lettera al capoufficio del mio studio, il quale rispose informando il Professore che Mr. Peerless Jones era lieto di accettare l’invito e l’appuntamento. Era una lettera d’affari in tutto e per tutto cortese, ma la prima frase diceva: "Ci è pervenuta la Sua lettera (senza data)". Ad essa fece subito seguito una seconda missiva da parte del Professore:
     "Signore -- diceva, e la sua scrittura aveva tutto l’aspetto del filo spinato -- noto che Lei fa un appunto su un’inezia, e cioè che la mia lettera non recava la data. Mi permette di farLe notare che, a fronte di una tassa sproporzionata, il nostro Governo ha l’abitudine di apporre un piccolo segno circolare o timbro sull’esterno della busta, che precisa la data della spedizione? Nel caso questo segno fosse assente o illeggibile, Lei non ha che da protestare con l’ufficio postale. Prendo l’occasione per pregarLa di limitare le Sue osservazioni agli argomenti riguardanti l’affare sul quale La consulterò, e di evitare di commentare la forma delle mie prossime eventuali lettere."
     Capii che avevo a che fare con uno stravagante, tanto che mi sembrò opportuno, prima di procedere nella trattativa, di far visita al mio amico Malone che conoscevo dai lontani tempi in cui giocavamo insieme a rugby nella squadra di Richmond. Trovai il solito gioviale irlandese di sempre, che si divertì moltissimo al racconto del mio primo incontro-scontro con Challenger.
     «Questo non è nulla, caro mio. Quando ti capiterà di incontrarlo di persona, dopo cinque minuti ti sentirai spellato vivo. Nessuno può superarlo, in fatto di offese.»
     «E perché mai gli altri dovrebbero tollerarlo?»
     «Infatti non lo tollerano. Se sapessi le cause per diffamazione, e le liti, e le denunce per aggressione...»
     «Aggressione!»
     «Ma figurati, non ci penserebbe nemmeno un momento a buttarti giù dalle scale, se tu ti trovassi a litigare con lui. È un cavernicolo travestito da gentiluomo. Io me lo vedo con una mazza in mano e una selce nell’altra. C’è chi nasce fuori del proprio secolo, ma lui è nato addirittura nel millennio sbagliato. Appartiene al primo neolitico o giù di lì.»
     «E sarebbe un professore!»
     «Questo è il bello! È il più grande cervello d’Europa, e con una tale forza trascinatrice che può realizzare tutti i suoi sogni. Fanno di tutto per ostacolarlo, perché tutti i suoi colleghi lo odiano, ma è come se delle barchette volessero trattenere il "Berengaria" (1): quello non li vede nemmeno e va avanti per la sua strada a tutto vapore.»
     «Se le cose stanno così, è chiaro che non voglio aver niente a che fare con lui. Annullerò l’appuntamento.»
     «Ma neanche per sogno. Lo manterrai, invece, e bada di non sgarrare nemmeno d’un minuto, se non le sentirai da lui.»
     «Ma perché dovrei andarci?»
     «Lascia che ti spieghi. Prima di tutto non prendere troppo sul serio quello che ti ho detto sul vecchio Challenger. Chi lo conosce finisce per volergli bene. È un orso ma in realtà non, è pericoloso. Mi ricordo d’una volta, per esempio, che si portò in spalle un bambino ammalato di vaiolo per più di 150 chilometri, dall’interno fino al fiume Madeira. È grande in tutti i sensi. Se tu ti comporti bene, certo anche lui farà altrettanto.»
     «Non gliene darò nemmeno l’occasione.»
     «Saresti uno sciocco. Hai mai sentito parlare del mistero di Hengist Down (2), di quell’opera di scavo sulla South Coast?»
     «Qualcosa come trivellazioni segrete alla ricerca di carbone, per quanto ho capito.»
     Malone ammiccò. «Puoi anche metterla così, se ti pare. Vedi, io ho la fiducia del vecchio e non posso parlare finché non me ne da l’autorizzazione. Ma ti posso dire questo, visto che già ne ha parlato la stampa: un tale Betterton, che aveva fatto i soldi col caucciù, anni fa lasciò tutti i suoi beni a Challenger, a condizione che essi venissero impiegati per ricerche scientifiche. Era una somma enorme, svariati milioni. Challenger acquistò allora una proprietà a Hengist Down, nel Sussex. Era un terreno senza alcun valore, al limite nord della zona calcarea; ne prese una parte e la circondò con un filo spinato. Nel mezzo c’era una profonda depressione e là incominciò a fare uno scavo. Annunciò,» e qui Malone ammiccò di nuovo, «che in Inghilterra c’era petrolio e che lui l’avrebbe provato. Costruì un piccolo villaggio modello, con una colonia di operai legati da giuramento a non aprir bocca sulla faccenda. Il fosso è delimitato da filo spinato, come d’altronde tutta la proprietà, e il posto è sorvegliato da segugi, a causa dei quali parecchi giornalisti hanno rischiato di rimetterci la pelle, per non parlare del fondo dei pantaloni. Si tratta di un’operazione immensa, gestita dalla ditta di Sir Thomas Morden, i cui dipendenti hanno anch’essi fatto giuramento di tenere il segreto. Naturalmente ora è arrivato il momento in cui è necessario l’intervento di esperti in pozzi artesiani. Non saresti quindi uno sciocco a rifiutare questo lavoro, con tutto l’interesse, l’esperienza e un bell’assegno finale che ne ricavi, per non parlare dell’occasione di stare gomito a gomito con l’uomo più straordinario che hai incontrato o che potresti mai incontrare?»
     Gli argomenti di Malone ebbero la meglio, e venerdì mattina eccomi in strada verso Enmore Gardens. Ero così preoccupato di non arrivare tardi, che mi ritrovai davanti alla porta con venti minuti di anticipo. Stavo aspettando in strada quando mi accorsi con sorpresa di riconoscere la Rolls-Royce con la sua freccia d’argento porta fortuna, ferma davanti alla porta. Era per certo l’auto di Jack Devonshire, il socio giovane della ditta Morden.
     Lo conoscevo come il più contegnoso degli uomini, e quindi fu per me una sorpresa quando all’improvviso lo vidi uscire dalla casa e in piedi davanti alla porta, alzare le mani al cielo ed esclamare con rabbia: «Maledetto! Oh, maledetto!»
     «Che cosa succede, Jack? Sembri piuttosto nervoso, stamattina.»
     «Salve, Peerless. Ci sei anche tu un quest’affare?»
     «Sembra proprio di sì.»
     «Bene, lo troverai piuttosto stressante.»
     «Più di quanto tu non riesca a sopportare, si direbbe.»
     «Credo proprio che sia vero. Il maggiordomo mi trasmette un messaggio: "Il Professore mi ha incaricato di dirle, signore, che al momento è piuttosto occupato a mangiare un uovo e che se lei ha la cortesia di venire in un momento più adatto, sarà molto lieto di vederla". Questo il messaggio trasmesso da un domestico. Aggiungo ch’ero venuto per incassare 42 mila sterline che mi deve.»
     Emisi un fischio. «Non riesci ad avere il tuo denaro?»
     «Oh, sì, per quanto riguarda il denaro è un uomo corretto. Devo rendere atto, a quel vecchio gorilla, che quanto a danaro è generoso. Ma paga quando e come gli pare, e non ha riguardo per nessuno. Comunque, entra, tenta la fortuna e vedi come ti piace.» Con queste parole si infilò svelto nella vettura e partì.
     Controllando di tanto in tanto l’orologio, aspettai finché giunse l’ora zero. Io sono un individuo di corporatura per così dire robusta e mi sono piazzato secondo tra i pesi medi del Belsize Boxing Club, eppure non ho mai affrontato un incontro con tanta trepidazione. Non in senso fisico, perché ero sicuro che me la sarei cavata se quel balordo fanatico mi avesse aggredito, ma avvertivo un miscuglio di sentimenti in cui c’erano la paura di uno scandalo pubblico e il timore di perdere un contratto vantaggioso. Le cose tuttavia divengono sempre più facili quando l’immaginazione cede il posto all’azione. Chiusi con uno scatto l’orologio e mi feci vicino alla porta. Questa fu aperta da un anziano maggiordomo dal viso impenetrabile: un’espressione, o piuttosto un’assenza di espressione che te lo faceva immaginare tanto abituato alle sorprese che nulla al mondo avrebbe potuto scomporlo.
     «Ha appuntamento, signore?»
     «Certo.»
     Scorse una lista che aveva in mano. «Il suo nome è?... Ah, sì, Mr. Peerles-s Jones... 10,30. Tutto a posto. Dobbiamo essere molto prudenti, Mr. Jones, perché siamo perseguitati dai giornalisti. Il Professore, come lei forse saprà, non ha simpatia per la stampa. Da questa parte, signore. Il Professore Challenger la riceverà subito.»
     Dopo un minuto mi trovai in sua presenza. Io credo che il mio amico, Ted Malone, abbia descritto l’uomo nella sua storia "Mondo perduto" meglio di quanto io non possa sperare di fare, quindi non mi ci provo nemmeno. L’unica cosa che scorgevo era un immenso busto d’uomo dietro un tavolo di mogano, con una barba nera grande e puntuta, e due grossi occhi grigi seminascosti da pesanti palpebre piene di insolenza. Il testone buttato all’indietro, la barba spinosa tesa in avanti, l’aspetto generale suscitava un’unica impressione: di arrogante protervia. "Ebbene, che diavolo vuole?" sembrava portasse scritto addosso. Tesi il mio biglietto da visita attraverso il tavolo.
     «Ah, sì,» disse, prendendolo con la punta delle dita e tenendolo come se avesse disgusto fin del suo odore. «Certo, lei è il così detto esperto. Mr. Jones. Mr. Peerless (3), Jones. Lei può ringraziare il suo padrino, Mr. Jones, perché è stato questo ridicolo nome che per prima cosa ha fatto fermare la mia attenzione su di lei.»
     «Sono qua, Professor Challenger, per un colloquio d’affari e non per dissertare sul mio nome di battesimo,» replicai, con tutta la dignità che mi fu possibile.
     «Oh santocielo, lei mi sembra un tipo molto suscettibile, Mr. Jones. I suoi nervi sono in uno stato di grande irritabilità. Dobbiamo prenderla con le pinze, Mr. Jones. Si sieda, la prego, e si calmi. Ho letto il suo stampato pubblicitario a proposito della Penisola del Sinai. L’ha scritto lei?»
     «Certo, signore, porta il mio nome.»
     «Esatto! Esatto! Ma questo non sempre vuol dire, vero? Comunque sono pronto a prendere per vera la sua asserzione. Il libretto non è del tutto privo di valore. Sotto alla banalità della forma, si coglie qua e là il lampo di un’idea. Ci sono spunti di pensiero, ogni tanto. Lei è sposato?»
     «No, signore »
     «Quindi c’è la probabilità che lei riesca a tenere il segreto.»
     «Se prometto, certo terrò fede alla promessa.»
     «Ah, così! Il mio giovane amico Malone,» e sembrava che parlasse d’un ragazzino di dieci anni, «ha una buona opinione di lei. Dice che posso aver fiducia. Ma si tratta di avere molta fiducia, perché mi trovo impegnato in uno dei più grandi esperimenti della storia del mondo. Chiedo la sua collaborazione.»
     «Ne sarò onorato.»
     «È veramente un onore. Confesso che non avrei condiviso le mie fatiche con nessuno se non fosse che la natura ciclopica dell’impresa richiede la più alta specializzazione tecnica. Ora, Mr. Jones, avendo ottenuto la sua promessa di assoluta segretezza, vengo al punto essenziale. Il quale è il seguente: la Terra su cui viviamo è un organismo in sé e per sé, dotato, io credo, di un sistema di circolazione, di un apparato di respirazione e di un sistema nervoso.»
     Indubbiamente quell’uomo era un folle.
     «Il suo cervello, vedo,» continuò, «non riesce a capacitarsi, ma pian piano, vedrà, percepirà quest’idea. Lei si ricorderà come una palude o una brughiera rassomiglino alla parte pelosa di un animale gigantesco. In tutta la natura si trovano dappertutto alcune analogie. Lei prenderà poi in considerazione il sollevarsi e l’abbassarsi, nei secoli, di una regione, che in questo modo manifesta il lento respiro della creatura. Infine, lei noterà il sommuoversi e lo scricchiolìo che alle nostre percezioni di lillipuziani appaiono come terremoti e cataclismi.»
     «E che cosa pensa dei vulcani?» chiesi.
     «Puah! Essi corrispondono ai punti caldi del nostro corpo.»
     Il mio cervello turbinava mentre cercavo di trovare obiezioni a queste tesi mostruose. «La temperatura!» esclamai. «Non è assodato che essa aumenta rapidamente man mano che ci si cala all’interno della Terra, e che il centro della Terra è calore allo stato liquido?»
     Spazzò via la mia affermazione con un cenno di mano. «Lei probabilmente sa, signore, dal momento che le scuole elementari oggi sono obbligatorie, che la Terra è schiacciata ai poli. Ciò significa che il polo è più vicino al centro che qualsiasi altro punto e sarebbe quindi il più interessato da questo fenomeno del calore di cui lei parla. È notorio infatti che i poli hanno clima tropicale, vero?»
     «Quest’idea mi suona del tutto nuova.»
     «Infatti lo è. È privilegio del pensatore originale formulare idee nuove e di solito non gradite alla massa. Ora, signore, che cosa è questo?» Mostrò un oggetto che aveva preso dal tavolo.
     «Direi che è un riccio di mare.»
     «Giusto!» egli esclamò, con tono di sorpresa esagerata, come quando un bambino ha fatto qualcosa di particolarmente intelligente. «È un riccio di mare, un comune echino. La natura ripete se stessa in svariate forme, indipendentemente dalla grandezza. Questo echino è un modello, un prototipo, della Terra. Lei vede benissimo che è più o meno sferico, ma appiattito ai poli. Consideriamo dunque la Terra come un grande echino. Che obiezioni ha da fare?»
     La mia obiezione principale era che l’affermazione era troppo assurda per essere controbattuta, ma non osai manifestarla. Annaspando cercai qualche osservazione meno generica.
     «Una creatura vivente ha bisogno di cibo,» dissi. «Con che cosa riempie la Terra il suo immenso ventre?»
     «Rilievo eccellente... eccellente!» esclamò il Professore, con pomposa aria paternalistica. «Lei ha lo sguardo acuto per l’ovvio, però è lento nel cogliere le implicazioni più sottili. Come si nutre la Terra? Torniamo ancora al nostro piccolo echino. L’acqua che lo circonda penetra nei tubicini di questa piccola creatura e la rifornisce di nutrimento.»
     «Quindi lei crede che l’acqua...»
     «No, signore: l’etere. La Terra va pascolando, lungo un itinerario circolare, nei campi dello spazio e mentre si muove, l’etere continua a penetrare in essa e a provvedere alla sua sopravvivenza. Un intero gregge di altri piccoli echini planetari fa lo steso, come Venere, Marte e tutti gli altri, ciascuno col suo proprio pascolo.»
     Quell’individuo era matto da legare, ma non c’era verso di controbattere le sue asserzioni. Egli prese il mio silenzio come un assenso e mi sorrise con l’espressione più benevola della terra.
     «Ci stiamo arrivando, mi pare,» disse. «La luce sta incominciando a farsi strada. Un po’ abbacinante, dapprima, senza dubbio, ma ci abitueremo presto. La prego di prestarmi attenzione mentre enuncio un paio di ulteriori osservazioni su questa creatura che tengo in mano.
     «Noi supporremo che sulla dura corteccia esterna ci siano alcuni insetti infinitamente piccoli che vi strisciano sopra. Sarebbe mai consapevole, l’echino, della loro presenza?»
     «Direi di no.»
     «Lei può ben immaginare dunque che la Terra non ha la minima idea di come essa viene utilizzata dalla razza umana. Essa non si accorge minimamente dello sviluppo e dell’evoluzione dei minuscoli esseri che si è tirata addosso durante i suoi viaggi intorno al Sole, come le ostriche che si abbarbicano alle navi antiche. Questo è lo stato attuale delle cose, stato che mi propongo di cambiare.»
     Lo guardai, al colmo dello stupore. «Lei propone di cambiarlo?»
     «Io mi propongo di far sapere alla Terra che c’è almeno una persona, George Edward Challenger, che vuole attirare la sua attenzione... anzi, che la pretende. Si tratta certo della prima sollecitazione in tal senso ch’essa abbia mai ricevuto.»
     «E come vorrebbe metterla in atto, signore?»
     «Ah, qui veniamo al punto. Lei ha messo la mano sul cuore del problema. Voglio di nuovo attirare la sua attenzione su questa interessante piccola creatura che tengo in mano. Sotto la sua corazza protettiva, è tutta muscoli e nervi. Non è evidente che se un parassita volesse richiamare l’attenzione, farebbe un foro nella sua corazza per stimolarne l’apparato sensorio?»
     «Certo.»
     «Allora, ci rifacciamo al pidocchio domestico o alla zanzara che esplora il corpo umano. Possiamo anche non accorgerci della loro presenza, ma all’improvviso, quando l’insetto affonda la sua proboscide nella pelle, che è la nostra corazza, veniamo sgradevolmente avvertiti che non siamo del tutto soli. La luce irrompe nel buio.»
     «Santocielo! Lei propone di affondare una trivella attraverso la crosta terrestre?»
     L’altro chiuse gli occhi con ineffabile soddisfazione. «Lei ha davanti a sé colui che per primo forerà quella dura cotenna. Potrei anche parlare al passato prossimo e dire che l’ha già forata.»
     «L’avete già forata?»
     «Con l’efficientissimo aiuto della Morden & Co.; credo di poter dire di averlo già fatto. Vari anni di costante lavoro svolto di giorno e di notte, ed effettuato con ogni tipo noto di trivella, sonda, escavatore ed esplosivo, ci ha infine condotto alla metà.»
     «Non vorrà dire che è già arrivato al di là della crosta!»
     «Se le sue parole denotano meraviglia, possono passare. Ma se esprimono incredulità...»
     «No, signore, niente affatto.»
     «Lei accetterà la mia affermazione senza fare domande. Abbiamo perforato la crosta. Era spessa esattamente tredicimila e duecento metri, circa tredici chilometri. Le interesserà sapere che nel corso della perforazione abbiamo portato alla luce una fortuna sotto forma di giacimenti di carbone che probabilmente nel futuro abbatteranno i costi della nostra impresa. La difficoltà più grossa che abbiamo incontrata sono state le falde di acqua nei calcari profondi e nelle sabbie di Hastings, ma abbiamo superato il problema. Ora è stato raggiunto l’ultimo strato, il quale è di competenza esclusiva ormai di Mr. Peerless Jones. Lei, signore, rappresenterà la zanzara. La sua trivella artesiana prenderà il posto della proboscide che punge. Il cervello ha fatto il suo lavoro: esce il pensatore, entra l’impareggiabile, con il suo perforatore metallico. Mi sono spiegato?»
     «Ma lei sta parlando di più di tredicimila metri!» esclamai. «Si rende conto, signore, che i mille e cinquecento metri sono ritenuti quasi il limite massimo dei pozzi artesiani? So di uno nell’alta Slesia che è profondo quasi duemila metri, ma è considerato un fenomeno.»
     «Lei non mi ha capito, Mr. Peerless. O la mia spiegazione non è stata chiara, o il suo cervello non funziona bene, e non sto qui a perdere tempo nella questione. So benissimo quali sono i limiti delle perforazioni artesiane, e non è probabile che avrei speso milioni di sterline in questo colossale foro se avessi mirato a un buco di una spanna. Tutto quello che le chiedo è di approntare una trivella quanto più affilata possibile, di una lunghezza non superiore ai trenta metri, azionata da un motore elettrico. Un qualsiasi trapano a percussione posto in sede con un peso farà al caso nostro.»
     «Perché un motore elettrico?»
     «Sono qui a dare ordini, Mr. Jones, non spiegazioni. Prima della fine potrebbe accadere -- dico potrebbe -- che la sua stessa vita dipendesse da questo trapano azionato elettricamente a distanza. Penso che lo si possa realizzare, vero?»
     «Certo che si può fare.»
     «E allora si prepari. La situazione non richiede ancora la sua presenza di persona, ma intanto può allestire il tutto. Non ho altro da aggiungere.»
     «Ma è essenziale,» protestai, «che lei mi dica almeno che tipo di terreno la trivella deve perforare. Sabbia, calcare, arenaria esigono trattamenti diversi.»
     «Diciamo che è la gelatina,» disse Challenger. «Proprio così, al momento supponiamo che lei debba penetrare con la trivella nella gelatina. Ed ora, Mr. Jones, ho alcune questioni importanti a cui dedicarmi, per cui le dico arrivederci. Lei può stilare un contratto formale citando i suoi onorari per il mio Capolavoro.»
     Mi inchinai e mi volsi per andarmene, ma prima di raggiungere la porta la curiosità mi sopraffece: egli stava già scrivendo furiosamente con una penna d’oca che scricchiolava sulla carta, e alla mia interruzione alzò gli occhi adirati.
     «Ebbene, signore? Speravo se ne fosse andato.»
     «Desideravo solo chiederle qual è lo scopo di un esperimento così straordinario.»
     «Fuori, signore, fuori!» urlò quello, al colmo dell’ira. «Faccia elevare la sua mente al di sopra dei meschini scopi utilitaristici e venali del commercio. Rimuova i suoi spregevoli principi di lavoro. La scienza aspira alla conoscenza. Dovunque la conoscenza ci conduca, noi dobbiamo perseguirla. Sapere una volta per tutte che cosa noi siamo, perché viviamo, dove andiamo: non è questa di per sé la massima aspirazione umana? Fuori, signore, fuori!»
     La sua grande testa nera era nuovamente china sulle carte e faceva tutt’uno con la sua barba. La penna d’oca scricchiolava più di prima. Lasciai dunque questo straordinario uomo, con la testa che mi girava al pensiero dello strano affare in cui mi ero venuto a trovare suo partner.
     Quando fui nel mio ufficio, vi trovai Ted Malone che mi aspettava con una specie di largo ghigno sulla faccia, impaziente di conoscere il risultato dell’incontro.
     «Allora!» esclamò. «Nessun inconveniente? Niente minacce o aggressioni? Devi averlo preso per il verso giusto. Che ne pensi, di quell’individuo?»
     «L’uomo più offensivo, insolente, intollerante, presuntuoso che abbia mai incontrato, però...»
     «Esatto!» gridò Malone. «Finiamo tutti per arrivare a quel "però". Egli è tutto quello che tu dici e anche peggio, però si avverte che un uomo di quel calibro non lo si può misurare sul nostro metro e che da lui possiamo tollerare cose che non accetteremmo da nessun altro mortale. Non è così?»
     «Beh, non lo conosco ancora abbastanza bene da giudicarlo, ma devo ammettere che non è solo un megalomane prepotente e che se ciò che dice è vero, è un individuo tutto a sé. Ma è vero, ciò che dice?»
     «Certo che è vero. Challenger mantiene sempre ciò che promette. Intanto, a che punto sei con la faccenda? Ti ha detto di Hengist Down?»
     «Sì, per sommi capi.»
     «Ebbene, ti posso dire che l’impresa è colossale, nella concezione e nell’esecuzione. Egli detesta i giornalisti, ma io sono in buoni rapporti con lui, perché sa che non pubblicherò nulla più di quello che mi autorizzerà a dire. Conosco quindi i suoi progetti, o almeno parte di essi. Ha una tale inventiva che uno non sa mai se ha capito tutto quello che gli passa per la testa, comunque so abbastanza di lui per assicurarti che Hengist Down è un progetto concreto e in buona parte già realizzato. Il consiglio che ti posso dare è semplicemente di aspettare gli eventi e nel frattempo allestire i macchinari. In breve sentirai qualche notizia o da lui o da me.»
     In effetti fu Malone a farsi vivo. Alcune settimane dopo venne una mattina presto nel mio ufficio, quale latore di un messaggio.
     «Vengo da parte di Challenger,» disse.
     «Fai il pesce-pilota, eh?»
     «Sono orgoglioso di fare qualsiasi cosa per lui. È veramente una persona eccezionale. Ha fatto tutto quello che aveva detto. Ora è il tuo turno, e poi egli sarà pronto ad alzare il sipario.»
     «Non ci posso credere finché non vedo con i miei occhi, ma da parte mia tutto è pronto e caricato su un autocarro. Posso muovermi in qualsiasi momento.»
     «E allora subito. Ho garantito che sei un campione di efficienza e puntualità, per cui ti prego di non smentirmi. Intanto, vieni in treno con me così ti farò avere un’idea di quanto è stato fatto.»
     Era una bella mattina di primavera, il 22 maggio per l’esattezza, quando facemmo quel fatale viaggio che mi portò su una scena destinata a diventare storica. Durante il percorso Malone mi consegnò un biglietto da parte di Challenger nel quale mi si davano le istruzioni del caso.

     «Signore (diceva il biglietto),
     arrivando a Hengist Down Lei si metterà a disposizione di Mr. Barforth, l’ingegnere capo che ha in mano i miei progetti. Il mio giovane amico Malone latore della presente, è anch’egli in contatto con me e mi risparmia ogni contatto personale. Abbiamo per ora riscontrato nel pozzo alcuni fenomeni, al livello dei quattromila e trecento metri, e anche più in basso che confermano assolutamente le mie previsioni sulla natura di un corpo planetario, ma servono prove più sensazionali prima ch’io speri di far presa sulla torpida intelligenza del moderno mondo scientifico. Questa è la prova che Lei deve procurare e gli altri riconoscere. Scendendo negli ascensori, Lei, supponendo che abbia il raro dono della capacità di osservazione, osserverà che attraverserà l’uno dopo l’altro lo strato di calcare secondario, i giacimenti carboniferi, alcune tracce devoniane e cambriane, e infine il granito, attraverso il quale in gran parte passa il nostro pozzo. Il fondo adesso è coperto di tela cerata, che La prego di non scalfire in alcun modo perché qualsiasi brusco trattamento della profonda e sensibile epidermide della Terra potrebbe creare reazioni premature. Secondo le mie istruzioni, due grosse travi sono state posate attraverso il cunicolo a circa sei metri dal fondo, ad una certa distanza tra di loro: tale spazio fungerà da cavalletto per sostenere il Suo tubo artesiano. Basteranno circa quindici metri di perforazione, sei dei quali saranno al di sotto delle travi, così che la punta della trivella sarà quasi al livello della tela cerata: se ha cara la vita, non vada un centimetro oltre. Meno di una diecina di metri emergeranno dunque in alto nel pozzo, e quando lo avrete messo in funzione, penso che almeno una dozzina di metri sprofonderanno nella massa della Terra. Siccome tale massa è piuttosto morbida, suppongo che Lei non avrà bisogno di una grande potenza di penetrazione e che un semplice colpo del tubo basterà col suo peso a penetrare nello strato che abbiamo messo a nudo. Queste mie istruzioni dovrebbero essere sufficienti per qualsiasi intelletto medio, ma non credo che a Lei servirà altro, cosa che eventualmente mi verrà riferita dal mio giovane amico Malone.
     George Edward Challenger.»


     È facilmente immaginabile come, quando arrivammo alla stazione di Storrington, nel versante nord di South Down, io fossi in uno stato di notevole tensione nervosa. Ci aspettava una consunta Vauxhall trenta decappottabile, che ci scarrozzò per una diecina di chilometri lungo straducole e tratturi che, nonostante fossero di per sé fuori mano, mostravano profondi solchi ed evidenti segni di traffico pesante. Un autocarro fuori uso fermo nell’erba ci fece capire come per altri mezzi fosse stato difficoltoso come per noi, arrivare fino a quel punto. Più avanti un grande pezzo di motore, valvole e pistoni di una pompa idraulica si sarebbe detto, emergeva pieno di ruggine da un cespuglio di ginestra.
     «Questa è opera di Challenger,» disse Malone ghignando. «Ha detto che era tre millimetri più del preventivo, e così ha pensato bene di buttarla fuori strada.»
     «Naturalmente con lo strascico di qualche vertenza legale.»
     «Vertenza legale! Caro mio, dovremmo avere un tribunale tutto per noi. Ne abbiamo abbastanza da occupare un giudice per un anno intero. Nonché il Governo. Il vecchio non si fa riguardo per nessuno. Il Re contro George Challenger e George Challenger contro il Re. I due faranno una sarabanda da un tribunale all’altro. Ecco, ci siamo. Sì, Jenkins, puoi lasciarci entrare!»
     Un omone con un vistoso orecchio a cavolfiore stava esaminando l’interno della nostra vettura col viso atteggiato a minaccioso sospetto. Quando riconobbe il mio amico si rilassò e salutò.
     «Bene, Mr. Malone. Pensavo che fosse l’American Associated Press.»
     «Sono sulle peste, quelli, eh?»
     «Loro oggi e The Times ieri. Ah, stanno ronzando mica male qua intorno. Guardi!» E indicò un lontano puntino all’orizzonte. «Guardi quella cosa che luccica: è il telescopio del Daily News di Chicago. Eh sì, ci stanno tallonando da vicino. Li ho visti tutti allineati, come i corvi, lungo il Beacon laggiù.
     «Poveri giornalisti!» commentò Malone. «Appartengo anch’io alla loro specie, e so che cosa si prova.»
     In quel momento sentimmo un piagnucoloso belato dietro di noi: «Malone. Ted Malone!»
     Veniva da un ometto grasso che era appena giunto con una motocicletta e adesso si stava divincolando nella stretta erculea del guardiano del cancello.
     «Ma su, lasciami stare!» urlò. «Tieni giù le mani! Malone, diglielo tu a questo tuo gorilla.»
     «Lascialo stare, Jenkins! È un mio amico!» gridò Malone. «Allora, vecchio spilungone, che cosa c’è? Che stai facendo da queste parti? Fleet Street è il tuo pascolo, non le selvagge campagne del Sussex.»
     «Sai benissimo che cosa sto facendo qui,» disse il visitatore. «Mi hanno dato l’incarico di buttar giù un articolo su Hengist Down e non posso tornare senza aver scritto qualcosa.»
     «Mi spiace, Roy, ma qui non puoi ottenere niente. Devi stare dall’altra parte del recinto. Se vuoi vedere qualcosa di più devi andare dal professor Challenger e farti dare il permesso da lui.»
     «Ci sono stato,» disse il giornalista tutto imbronciato. «Stamattina sono stato da lui.»
     «E che cosa ti ha detto?»
     «Che mi avrebbe scaraventato fuori dalla finestra.»
     Malone rise. «E tu che cosa hai ribattuto?»
     «Gli ho chiesto: non andrebbe bene anche la porta? E per dimostrargli che andava benissimo l’ho infilata in tutta fretta e ho tagliato la corda. Non mi sembrava il momento di stare a discutere. Tra quel toro assiro di Londra e questo teppista qua, che mi ha rovinato la pellicola fotografica, mi sembri messo in bella compagnia, Ted Malone.»
     «Non ti posso aiutare, Roy. Se potessi lo farei. A Fleet Street dicono che tu la spunti sempre, ma questa volta sei proprio mal messo. Tornatene in ufficio e se hai pazienza solo qualche giorno, non appena il vecchio lo permette, ti darò le notizie che cerchi.»
     «Nessuna possibilità di entrare?»
     «Non se ne parla nemmeno.»
     «Un po’ di denaro potrebbe servire?»
     «Non dovevi nemmeno pensarlo.»
     «Dicono che si tratta di una perforazione fino alla Nuova Zelanda.»
     «Si tratterà di un volo all’ospedale, se continui a stare tra i piedi, Roy. Addio, adesso. Abbiamo da lavorare, noi due.»
     «Quello è Roy Perkins, il corrispondente di guerra,» spiegò Malone mentre camminavamo nella zona recintata. «Abbiamo battuto il suo record, perché si dice che egli sia invincibile. È quella sua faccina innocente e grassoccia che lo fa passare dappertutto. Una volta eravamo nello stesso ufficio. Ecco, lì,» e indicò un gruppo di graziose casette dai tetti rossi, «ci sono le residenze degli uomini. Sono un manipolo di operai scelti, pagati molto più delle tariffe correnti. Devono essere scapoli, astemi e legati da un giuramento di riservatezza. Quel campo è per il football e l’edificio a parte è la libreria e la sala di ricreazione. Il vecchio è un grande organizzatore, te lo garantisco io. Questo è Mr. Barforth, l’ingegnere capo in carica.»
     Davanti a noi era infatti apparso un uomo: alto, magro, melanconico e col viso segnato da profonde rughe di preoccupazione.
     «Mi immagino che lei sia l’ingegnere artesiano,» disse con voce cupa. «Mi avevano detto del suo arrivo. Sono lieto che sia arrivato perché non ho ritegno a confessarle che la responsabilità di questa cosa mi sta logorando i nervi. Lavoriamo e lavoriamo, e non so mai se stiamo per arrivare ad una falda di acqua calcarea, o a un giacimento di carbone, o a un getto di petrolio o addirittura a una fuoriuscita di fuoco infernale. Per ora ci è stato risparmiato quest’ultimo, ma può darsi che tocchi a voi, per quel che ne so.»
     «E così caldo laggiù?»
     «Per caldo è caldo, niente da dire. Può anche darsi che sia da attribuire tutto alla pressione barometrica e alla ristrettezza dello spazio. Naturalmente la ventilazione è scarsa. Noi pompiamo giù aria, ma gli uomini non riescono a fare turni di più di due ore, e sono ragazzi pieni di buona volontà. Il Professore è andato giù ieri ed era molto soddisfatto di tutto. Sarà bene che lei venga con noi a pranzo e poi vedrà da sé.»
     Dopo un pasto veloce e frugale, il dirigente, molto compreso ed entusiasta, ci condusse a visitare l’impianto meccanico posto in un edificio di mattoni, e una quantità di aggeggi ormai inutili sparsi nel prato. Da una parte c’era un’immensa pala idraulica Arrol, con la quale era stata fatta la prima rapida escavazione superficiale. Accanto c’era una macchina che azionava un cavo di acciaio su cui erano le pale che portavano su, dal fondo del pozzo, in successivi stadi, i detriti.
     Nell’edificio del generatore c’erano varie turbine Escher Wyss di grande potenza, capaci di funzionare alla velocità di centoquaranta giri al minuto e alimentanti degli accumulatori idraulici che sviluppavano una pressione di settemila chilogrammi per cinque centimetri quadrati, passando attraverso tubi di una decina di centimetri giù fino al pozzo e capaci di azionare quattro trivelle per roccia con lame curve, del tipo Brandu. Confinante con il capannone della macchina c’era la centrale elettrica che alimentava un potente impianto di illuminazione, e ancora lì vicino si trovava una turbina supplementare, di duecento cavalli vapore; quest’ultima era dotata di un’elica di circa tre metri che, attraverso una tubazione larga più o meno trenta centimetri, spingeva l’aria verso il fondo dell’opera di scavo.
     Tutte queste meraviglie vennero illustrate dal loro responsabile che, in preda al suo orgoglioso entusiasmo, stava rischiando di farmi morire di noia -- come io a mia volta sto forse facendo col mio lettore. Fortunatamente fummo interrotti dal rombo di un motore e io mi rallegrai nel vedere la mia potente Leyland sopraggiungere traballando pesantemente sull’erba, carica all’inverosimile dei miei macchinari e delle sezioni di tubatura, con a bordo il mio tecnico Peters e davanti il suo assistente, irriconoscibile per come era sporco. I due si misero a scaricare i miei arnesi e a portarli dentro. Lasciamoli al loro lavoro, il direttore, con Malone e il sottoscritto, andò verso il pozzo.
     Il luogo era strabiliante, molto più grande di come non mi fossi mai immaginato. I cumuli di detriti, che rappresentavano le migliaia di tonnellate estratte, formavano una specie di ferro di cavallo tutt’intorno, alto come una montagnola. Nella cavità di questo ferro di cavallo, composto di calcare, argilla e granito, si innalzava un groviglio di piloni e ruote di ferro che azionavano gli ascensori e le pompe ed erano collegati con l’edificio di mattoni che conteneva la centrale elettrica, anch’essa ubicata all’interno del ferro di cavallo. Al di là, si apriva la bocca del pozzo, un buco immenso del diametro di trenta-trentacinque metri, delimitato da un rialzo di mattoni e cemento.
     Quando allungai il collo oltre questo muro e gettai l’occhio nello spaventoso abisso che mi avevano detto profondo più di una dozzina di chilometri, la mia mente vacillò al pensiero di ciò che esso rappresentava. La luce del sole ne investiva l’orifizio con raggi obliqui ed io potevo vedere solo alcune centinaia di metri di calcare bianco sporco, puntellato da un’opera in mattoni qua e là, dove era sembrato poco stabile. Scorsi però lontano, a grande profondità nel buio, un piccolissimo barlume di luce, un lumino infinitesimale, ma netto e sicuro contro quello sfondo d’inchiostro.
     «Che cos’è quella luce?» chiesi.
     Malone si chinò sul parapetto vicino a me. «È una delle cabine che sta salendo,» mi spiegò. «Piuttosto eccezionale, non ti pare? E a più di un chilometro e mezzo da noi e quella lucina è una potente lampada ad arco. Viaggia a notevole velocità, sarà qui a minuti.»
     In effetti era evidente che il punto luminoso diventava sempre più grande, fin quando inondò la cavità col suo splendore argentato, tanto che dovetti distogliere gli occhi dall’accecante luminosità. Un attimo dopo la cabina di ferro approdava sulla piattaforma d’arrivo e ne uscivano quattro uomini che si avviarono verso l’uscita.
     «Distrutti,» commentò Malone. «Non è uno scherzo un turno di due ore a quella profondità. Bene, parte del tuo materiale è qui, penso che la cosa migliore adesso sia andare giù. Così sarai in grado di giudicare da te la situazione.»
     Vicino all’edificio della centrale elettrica c’era un vano secondario, in cui mi condusse; un certo numero di vestiti di leggerissima seta greggia pendevano dalle pareti. Seguendo l’esempio di Malone, mi tolsi tutto il vestiario che avevo indosso e mi infilai uno di quegli indumenti, oltre a un paio di scarpette con suola di gomma. Dopo un attimo sentii una gazzarra, come di una muta di cani che si azzuffano, e quando corsi fuori, vidi il mio amico che si rotolava a terra, avvinghiato ad un operaio che stava aiutando a scaricare i miei tubi artesiani. Egli stava cercando di carpirgli qualcosa, che l’altro invece difendeva disperatamente. Ma Malone era molto più forte, e così riuscì a sottrargli l’oggetto dalle mani, quindi lo pestò sotto ai piedi fino a ridurlo in pezzi. Solo allora mi accorsi che si trattava di una macchina fotografica.
     Il mio operaio, con la faccia tutta insudiciata e inviperita, si rialzò. «Accidenti a te, Ted Malone!» esclamò. «Era una macchina nuova che valeva dieci ghinee.»
     «Non ci posso far niente, Roy. Ti ho visto scattare una foto e non avevo altra scelta.»
     «Come diavolo s’è trovato a maneggiare le mie attrezzature?» chiesi con giustificata indignazione.
     La canaglia ammiccò e sogghignò. «Ci sono sempre modi e maniere,» sentenziò. «Ma non se la prenda col suo dipendente. Lui credeva che fosse solo uno scherzo. Ho scambiato i vestiti col suo aiutante e sono entrato.»
     «Ed ora te la fili,» disse Malone. «Senza discutere, Roy. Se ci fosse qui Challenger ti avrebbe già messo i cani alle calcagna. È capitato anche a me di trovarmi nei guai, quindi non mi voglio accanire, ma io qui devo fare il cane da guardia, e posso azzannare oltre che abbaiare. Vattene! Marsc!»
     Così il nostro intraprendente visitatore fu accompagnato fuori dal recinto da due bisunti operai. E così il pubblico capirà infine l’origine di quel meraviglioso articolo su quattro colonne intitolato "Pazzo sogno di uno scienziato", col sottotitolo "Scorciatoia verso l’Australia", che apparve su The Adviser alcuni giorni dopo, col risultato di condurre Challenger al limite di un attacco apoplettico e il redattore del giornale al più pericoloso e sgradevole colloquio della sua vita.
     L’articolo era un resoconto esagerato e colorito dell’avventura di Roy Perkins "il nostro abile corrispondente di guerra" e conteneva alcuni passaggi roventi, come "questo toro irsuto di Enmore Gardens", "un recinto protetto da filo spinato, picchiatori e segugi", infine "Fui allontanato dal bordo del tunnel anglo-australiano da due malviventi, il più violento dei quali era un tale senza mestiere preciso che io avevo a suo tempo conosciuto di vista come un sicofante della professione giornalistica, mentre l’altro, una figura sinistra con uno strano costume orientaleggiante, voleva dare da intendere di essere un ingegnere artesiano, anche se il suo aspetto richiamava piuttosto un abitante di Whitechapel." (4)
     Dopo averci così ben strapazzati, il furfante passava da una minuziosa descrizione di binari all’imboccatura della voragine, a quella di un percorso a zig-zag lungo il quale si sarebbero fatte scorrere delle funicolari attraverso il ventre della Terra. L’unico vero guaio pratico che venne fuori da questo articolo fu che aumentarono considerevolmente i fannulloni stazionanti sui South Downs in attesa che succedesse qualcosa. Venne il giorno in cui qualcosa avvenne, e in cui avrebbero preferito essere altrove.
     Il mio capocantiere col suo assistente vittima della beffa di Roy, aveva sparso tutti i miei attrezzi, la mia valigetta, il mio cavalletto, le trivelle a V, le pertiche, i pesi, ma Malone insistè perché lasciassimo stare tutto e scendessimo insieme fino al punto più profondo. Entrammo quindi nella cabina, che era fatta con grate di acciaio, e in compagnia dell’ingegnere capo scendemmo fin nelle viscere della Terra. C’erano una serie di ascensori automatici, ciascuno con la propria stazione di comando scavata nel fianco del pozzo. Scendevamo a grande velocità e la sensazione era più di un viaggio in una ferrovia verticale che non di una discesa frenata come si ha negli ascensori inglesi.
     Essendo la cabina a griglie e intensamente illuminata, si aveva una precisa visione degli strati che andavamo attraversando: potevo farmi un’idea esatta di ciascuno di essi. C’era il calcare inferiore giallastro, gli strati di Hastings color caffè, i giacimenti Ashburnham, le scure argille carbonifere e poi, scintillanti nella luce elettrica, strisce dopo strisce di lucente carbone nero-ebano, alternati a tracce di argilla. Qua e là erano stati inseriti manufatti di mattoni, ma nel complesso il pozzo aveva una sua propria stabilità, e c’era da stupirsi davanti all’immensa fatica e perizia meccanica di cui era il risultato. Sotto ai giacimenti di carbone osservavo strati misti dall’apparenza quasi di cemento, fin quando giungemmo nel granito primitivo, in cui i cristalli di quarzo splendevano e ammiccavano come se le nere pareti fossero cosparse di polvere di diamante.
     Scendevamo e scendevamo, più in basso di dove fosse mai arrivato un essere mortale. Le rocce arcaiche variavano in modo incredibile di colore, e mai dimenticherò un ampio cerchio di feldspato rosa, che luccicava di bellezza ultraterrena alla luce delle nostre lampade.
     Una piattaforma dopo l’altra, un ascensore dopo l’altro, e l’aria che si faceva sempre più scarsa e calda fin quando anche i nostri leggeri indumenti di seta greggia sembravano intollerabili e il sudore colava per il corpo fin nelle scarpette dalla suola di gomma. Alla fine, proprio quando stavo pensando che non sarei riuscito a sopportare il disagio un minuto di più, l’ascensore si fermò su una piattaforma circolare scavata nella roccia. Mi accorsi che Malone gettò uno strano sguardo sospettoso alle pareti intorno. Se non lo avessi conosciuto per un uomo molto coraggioso, avrei detto che era in preda all’ansia.
     «Materiale dall’aspetto insolito, questo,» disse l’ingegnere capo, passando la mano sul tratto a lui più vicino di roccia. La illuminò e mostrò che luccicava di una curiosa schiuma viscida. «Sono stati osservati come dei brividi e fremiti, qua sotto. Non so proprio con che cosa abbiamo a che fare. Il Professore ne sembra soddisfatto, ma per me è una cosa del tutto nuova.»
     «Devo confessare che io stesso l’ho vista letteralmente ondeggiare, questa parete,» disse Malone. «L’ultima volta che sono stato quaggiù abbiamo sistemato quelle travi a croce per la vostra trivella e quando abbiamo praticato i buchi per i supporti, essa sussultava ad ogni colpo. La teoria del vecchio sembrava assurda nella sicura vecchia città di Londra, ma quaggiù, a dodicimila metri sotto alla superficie, non ne sono più così certo.»
     «Se sapeste che cosa c’è sotto questo telo cerato ne sareste ancora meno sicuro,» disse l’ingegnere. «Tutte queste rocce più profonde le abbiamo tagliate come si taglia il formaggio, ma quando siamo arrivati qua ci si è presentata una formazione che non rassomiglia a nessun’altra sulla terra. "Coprila! Non toccarla!" ha detto il Professore. E così l’abbiamo protetta col telo secondo le sue istruzioni, e lì è rimasta.»
     «Non potremmo darle un’occhiata?»
     Sulla faccia già lugubre dell’ingegnere comparve un’espressione di paura. «Non è uno scherzo, disobbedire al Professore,» disse. «È così dannatamente perspicace, che non sai mai se non riesce in qualche modo a smascherarti. Comunque, diamo una sbirciata e rischiamo.»
     Volse il fascio di luce della lampada verso il basso per illuminare la tela cerata. Quindi si fece da parte e, tirando una corda legata ad un angolo del telone, scoprì cinque o sei metri quadrati della superficie sottostante.
     Era uno spettacolo straordinario e terrificante. Si trattava di un materiale grigiastro, lucido e riflettente, che si alzava e abbassava in una specie di lento respiro. Le palpitazioni non erano precise, ma davano l’impressione di un dolce fremito o ritmo che percorreva tutta la superficie; quest’ultima non era tutta omogenea ma nel suo interno, viste come attraverso un vetro smerigliato, c’erano placche o bolle biancastre, che mutavano continuamente di forma e misura. Rimanemmo tutti e tre a fissare affascinati questa incredibile visione.
     «Sembra proprio la pelle di un animale,» disse Malone con un sussurro pieno di sacro rispetto. «Il vecchio forse non è poi tanto fuori strada quando parla di un echino.»
     «Mio Dio,» esclamai. «E io dovrei infilare un arpione in quella bestia?»
     «Questo è il tuo privilegio, ragazzo mio,» disse Malone, «e, triste a dirsi, se non mando tutto al diavolo prima, dovrò essere al tuo fianco in quel momento.»
     «Ma non certo io,» annunciò con decisione l’ingegnere capo. «Non ho mai avuto idee così chiare su nessuna cosa. Se il vecchio insiste, dò le mie dimissioni. Buon Dio! Guardate là!»
     La superficie grigia diede un improvviso sobbalzo, innalzandosi verso di noi come un’onda verso il parapetto della riva. Poi si quietò e continuarono solo, come prima, i leggeri battiti e palpiti. Barforth mollò la fune e fece calare il telo.
     «Sembrava quasi che sapesse che noi eravamo qua,» disse.
     «Perché mai si sarà sollevata così verso di noi? Può darsi che sia stata la luce a provocare quella reazione.»
     «E io che cosa dovrei fare adesso?» chiesi.
     Mr. Barforth indicò i due travi messi attraverso il pozzo immediatamente sotto al luogo di arrivo dell’ascensore. Tra di loro c’era una distanza di una trentina di centimetri.
     «Quella era l’idea del vecchio,» disse. «Io credo che l’avrei pensata meglio, ma è come mettersi a discutere con un bufalo impazzito. La cosa migliore e più sicura è fare come dice lui. La sua idea era che voi usiate la trivella da trenta, fissandola in qualche modo a questi supporti.»
     «Non credo ci sia alcuna difficoltà a far ciò,» risposi. «Non mi rimane che mettermi fin da adesso al lavoro.»
     Fu, come si può ben immaginare, la più strana esperienza della mia pur avventurosa vita, durante la quale ho scavato pozzi in ogni continente della Terra. Dato che il professor Challenger insisteva moltissimo perché l’operazione venisse comandata a distanza, e che io stesso avevo incominciato a vedere una logica in tale tesi, dovevo progettare un qualche sistema di controllo elettrico, cosa del resto non difficile perché il pozzo era dotato di impianto elettrico da cima a fondo. Con infinita cura il mio tecnico Peters ed io calammo le varie sezioni di tubi e le fissammo nei punti rocciosi. Poi innalzammo la base di arrivo dell’ultimo ascensore per crearci uno spazio più comodo.
     Avendo deciso di utilizzare il sistema a percussione, che avrebbe permesso di non dipendere solo dalla gravità, appendemmo il nostro peso di cinquanta chili ad una carrucola sotto l’ascensore e facemmo correre i nostri tubi sotto di esso con un morsetto a forma di V. Infine assicurammo alla parete del pozzo la fune che reggeva il peso, di modo che un comando elettrico avrebbe potuto mollarlo.
     Si trattò di un lavoro difficile e delicato, in un caldo più che tropicale e con la costante sensazione che il movimento sbagliato d’un piede o la caduta di un utensile sul telone cerato ch’era sotto di noi avrebbe potuto scatenare qualche imprevedibile catastrofe. Anche tutto ciò che ci circondava ci instillava un senso di reverente timore. Più d’una volta vidi trascorrere lungo le pareti uno strano fremito o sussulto, e avvertii una leggera pulsazione nel poggiarvi sopra la mano. Né io né Peters sentimmo alcun dispiacere quando demmo il segnale che eravamo pronti a tornare in superficie e quindi in grado di comunicare a Mr. Barforth che il professore Challenger poteva dare esecuzione al suo esperimento non appena lo volesse.


     Non dovemmo aspettare a lungo. Erano passati solo tre giorni dalla mia comunicazione, che mi giunse l’avviso.
     Era un comune biglietto d’invito, come quelli che si mandano per invitare gli amici a casa per un tè, e diceva così:

"Il professor G.E. Challenger, F.R.S., M.D., D.Sc. ecc.
(già Presidente dell’Istituto Zoologico
e titolare di tante cariche e onorificenze
che non troverebbero posto in questo biglietto)
chiede la presenza di
Mr. Jones
(le signore non sono ammesse)
alle 11,30 di giovedì mattina, 21 giugno,
per assistere a un’eccezionale trionfo della mente sulla materia a
Hengist Down, Sussex.
Treno speciale da Victoria 10,05.
Biglietto a carico degli invitati.
Pranzo dopo l’esperimento oppure no -- a seconda delle circostanze.
Stazione di Storrington.
Si attende risposta (subito e a stampatello);
Enmore Gardens 14 bis, S.W."

     Malone aveva ricevuto lo stesso biglietto e ci stava ridacchiando sopra.
     «Che stupidaggine mandare quest’invito a noi,» commentò. «Noi ci dobbiamo assolutamente essere, qualsiasi cosa accada, come disse il boia all’assassino. Ma ti assicuro che esso ha sollevato un vespaio, a Londra. Il vecchio ora è arrivato dove voleva arrivare, con i fari tutti puntati sulla sua vecchia e irsuta testa.»
     Venne infine il grande giorno. Per quanto mi riguardava, preferii recarmi sul posto il giorno prima, per essere sicuro che tutto fosse in ordine. La nostra trivella era al suo posto, il peso ben sistemato, ed io ero ben contento che la mia parte in questo strano esperimento non mi avrebbe costretto ad azionare direttamente la macchina. I controlli elettrici venivano comandati da un punto distante circa cinquecento metri dalla bocca della voragine, per ridurre al minimo gli eventuali danni alle persone. Quando, nel mattino fatale, un bellissimo giorno d’estate inglese, tornai in superficie soddisfatto del controllo, salii per circa metà sulla scarpata del Down per avere una vista generale di quanto stava avvenendo.
     Sembrava che tutta la terra si fosse data convegno a Hengist Down. Fin dove spaziava lo sguardo, le strade erano formicolanti di gente. Automobili arrivavano sobbalzando e sbandando lungo le stradicciole, scaricando quindi i passeggeri al cancello del recinto. Per la maggioranza della gente era quello il punto più avanzato che riuscissero a toccare, perché una folta schiera di custodi aspettava all’ingresso e non c’erano promesse o mance che valessero: solo l’esibizione del prezioso biglietto color avorio permetteva loro di avanzare. Si disperdevano quindi, raggiungendo la vasta folla che già si stava assembrando lungo la scarpata della collina e coprendone il colmo con una fitta massa di spettatori. Il luogo aveva tutto l’aspetto di Epsom Downs (5) nel giorno del Derby.
     All’interno del recinto alcune aree erano state delimitate e alcuni spettatori privilegiati venivano condotti nelle zone loro assegnate. C’era uno di tali luoghi per i Pari, uno per i membri della House of Commons e uno per i rappresentanti di società culturali e uomini famosi nel mondo scientifico, compresi Le Pellier della Sorbona e il Dr. Driesinger dell’Accademia di Berlino. Per tre membri della Famiglia Reale era stato preparato a parte un luogo riservato e delimitato, con sacchetti di sabbia e una tettoia di zinco ondulato.
     Alle undici e un quarto una processione di autopulman portò gli invitati che venivano dalla stazione e io andai giù fino al recinto per assistere all’accoglienza dei medesimi. Il professor Challenger era in piedi presso all’ingresso, smagliante nella sua redingote, panciotto bianco e lucido cappello a cilindro, sul viso un’espressione di potenza e quasi umiliante benevolenza, insieme con la più incredibile boria. "Tipica vittima del complesso di Jehovah, chiaramente", disse di lui uno dei suoi denigratori.
     Egli si prestò a ricevere e talvolta a indirizzare i suoi ospiti ai loro posti, quindi, dopo aver riunito l’élite della compagnia intorno a sé, prese posto sul cocuzzolo di un’altura adatta e si guardò intorno con l’aria di un oratore che si aspetta un applauso di benvenuto. Siccome non accadde niente del genere, egli affrontò subito l’argomento, con una voce che risuonava fino alle più distanti estremità della staccionata.
     «Signori,» ruggì, «e non ho bisogno di rivolgermi alle signore. Io non le ho invitate ad essere qui con noi questa mattina, ve lo assicuro, non per mancanza di stima, perché potrei dire -- con humour da elefante e con modestia burlesca -- che le relazioni tra me e l’altra metà dell’umanità sono state reciprocamente ottime... ed intime. La ragione è che questo esperimento comporta un piccolo margine di pericolo, nonostante esso non sia sufficiente a giustificare il turbamento che vedo su molte delle vostre facce. Potrà interessare i membri della stampa sapere che ho riservato loro dei sedili speciali sulle scarpate che danno direttamente sulla scena dell’operazione. Essi hanno dimostrato verso i miei affari un interesse che spesso ha rasentato l’impertinenza, così adesso non potranno certo lamentarsi che sono stato poco sollecito nello studiare la cosa più opportuna per loro. Se non succede nulla, il che è possibile, io ho fatto del mio meglio per loro. Se invece accade qualcosa si troveranno nel luogo migliore per prendere visione e documentare l’evento, ammesso che siano all’altezza del compito.
     «È impossibile, come certo capirete, per un uomo di scienza spiegare a quello che, senza voler mancare di rispetto, si potrebbe definire il comune gregge, le varie ragioni delle sue conclusioni e delle sue azioni. Sento delle interruzioni poco educate e chiedo al signore con gli occhiali di tartaruga di smettere di brandire l’ombrello. (Una voce: "La definizione dei suoi ospiti è assolutamente offensiva".) Può darsi che sia stata la mia frase "il gregge comune" a scomporre il signore. Lasciatemi dire allora che i miei ascoltatori costituiscono un gregge insolito. Non stiamo a cavillare sulle frasi. Prima di essere interrotto da questa inopportuna osservazione, stavo per dire che tutta la materia è pienamente e lucidamente discussa nel mio prossimo libro sulla Terra, libro che io definisco, senza falsa modestia, una delle opere che segnano un’epoca nella storia del mondo. (Interruzione generale e urli: "Venga ai fatti!" "Per che cosa siamo qui?" "Che scherzo è questo?") Stavo per spiegare tutto e se sarò interrotto di nuovo sarò costretto a mettere in atto misure per mantenere l’ordine e il contegno, senza i quali non si può andare avanti. Il fatto è dunque che io ho fatto praticare un pozzo attraverso la crosta terrestre e che sono in procinto di sperimentare l’effetto di un’energica stimolazione della sua corteccia sensoria, delicata operazione che verrà eseguita dai miei subordinati, Mr. Peerless Jones, un sedicente esperto in perforazioni artesiane, e Mr. Edward Malone, che mi rappresenta in quest’occasione. La materia sensibile che è stata messa a nudo verrà forata, e il modo in cui reagirà sarà materia di studi. Se ora volete gentilmente prendere posto, questi due signori scenderanno nel pozzo e faranno gli ultimi preparativi. Io dopo premerò il pulsante elettrico che è su questo tavolo e l’esperimento sarà compiuto.»
     Dopo un discorso di Challenger gli astanti di solito si sentivano come se, allo stesso modo della Terra, anche a loro fosse stata strappata l’epidermide, e fossero rimasti con i nervi allo scoperto. Non fu altrimenti questa volta, e mentre tutti tornavano ai loro posti, si udì un sommesso mormorìo di critiche di sdegno.
     Challenger si assise, solo sulla cima del rialzo, con un tavolino accanto, la zazzera e la barba nera che vibravano dall’emozione: uno spettacolo veramente fuori del comune. Né Malone né io però potemmo ammirare la scena, perché dovemmo subito correre a svolgere il nostro compito. Venti minuti dopo eravamo in fondo alla cavità e avevamo rimosso il telone dalla superficie.
     Quella che stava davanti a noi era una visione sorprendente. A causa di qualche strana telepatia cosmica, sembrava che il vecchio pianeta sapesse che ci si stava prendendo una libertà mai prima sognata. La superficie scoperta era come una pignatta ribollente. Grandi bolle grigie si sollevavano e si aprivano con schiocchi rumorosi. Le bolle al di sotto della pelle si separavano e si rifondevano con frenetica agitazione. Le increspature erano diventate più forti e più ravvicinate di prima. Un fluido rosso scuro sembrò pulsare nei tortuosi meandri dei canali che giacevano sotto la superficie. C’era in ciò il vero battito della vita. Un odore pesante rendeva l’aria quasi irrespirabile ai polmoni umani.
     Il mio sguardo era fisso su questo straordinario spettacolo quando Malone al mio fianco ebbe un soprassalto: «Mio Dio, Jones?» urlò. «Guarda qua!»
     Diedi un’occhiata, subito dopo tolsi il blocco del contatto elettrico e mi gettai nell’ascensore. «Vieni,» urlai. «Forse ne va della nostra vita!»
     Quanto avevamo visto era in effetti allarmante. Tutta la sezione inferiore, si sarebbe detto, si era unita all’accresciuta attività che avevamo osservato alla base, e le pareti stavano ondeggiando e pulsando in sincronia. Questo movimento aveva alterato i fori in cui stavano le travi, ed era chiaro che se le pareti si fossero ritratte ancora un poco -- questione di centimetri -- le travi stesse sarebbero cadute. Se così fosse stato, l’estremità acuminata della trivella avrebbe perforato la Terra indipendentemente dall’impulso elettrico. Era indispensabile essere fuori del pozzo prima che ciò avvenisse, se volevamo avere salva la vita. Trovarsi a una dozzina di chilometri nel ventre della Terra col pericolo che da un momento all’altro potesse verificarsi uno spaventoso sommovimento, era una prospettiva terribile. Ci precipitammo per riguadagnare la superficie.
     Potrà mai uno di noi due dimenticare l’incubo di quel viaggio? Gli ascensori ronzavano e filavano eppure i minuti sembravano ore. Ad ogni pianerottolo schizzavamo fuori da una cabina, ci buttavamo nella prossima e schiacciavamo il pulsante. Attraverso il soffitto a graticcio si poteva vedere lontano il piccolo tondo di luce della bocca del pozzo: si allargò e si allargò fin quando fu un ampio cerchio e i nostri occhi si posarono felici sull’opera in mattoni che rifiniva l’apertura. Salivamo e salivamo, e infine con folle gioia e sollievo uscimmo di corsa dalla nostra prigione tornando a calpestare il prato verde. Ma fu questione d’un secondo: non ci eravamo allontanati di più di trenta passi dal pozzo quando nella lontana profondità il mio trivello di ferro penetrò nei gangli nervosi della vecchia Madre Terra: il grande momento era arrivato.
     Che cosa era successo? Né Malone né io eravamo in grado di dirlo, perché tutti e due fummo sollevati come da un ciclone e sbatacchiati sull’erba, rotolando e girando come due pietre da "curling" (6) su un campo di ghiaccio. Allo stesso tempo le nostre orecchie vennero assordate dall’urlo più spaventoso che sia mai stato udito. Chi delle centinaia di presenti che abbiano tentato di descriverlo c’è riuscito in misura adeguata? Fu un ululato in cui dolore, rabbia e minaccia e l’oltraggiata maestà della Natura erano tutti fusi in un unico orribile grido. Durò un intero minuto, cento sirene che suonavano tutte insieme, paralizzando con la loro insistenza selvaggia l’immensa moltitudine, per poi espandersi per tutta la quieta aria estiva, echeggiando per tutta la South Coast e raggiungendo infine i nostri vicini Francesi, al di là della Manica. Mai nella storia un suono è stato pari a questo grido della Terra oltraggiata.
     Sbalorditi e assordati, Malone ed io ci eravamo accorti dello scoppio e del suono, ma fu dai resoconti degli altri che apprendemmo i dettagli di quell’incredibile scena.
     I più colpiti dalla reazione delle viscere della Terra furono gli ascensori. Il resto delle attrezzature era ancorato alle pareti e potè quindi sfuggire all’urto, ma le robuste piattaforme degli ascensori furono investite in pieno dalla forza della corrente ascendente. Quando si immettono diversi piombini in una cerbottana, essi fuoriescono uno alla volta, nell’ordine in cui si trovano. Così le quattordici cabine apparvero in aria una alla volta, librandosi l’una dopo l’altra e descrivendo una gloriosa parabola che ne fece piombare una nel mare vicino al molo di Worthing e un’altra in un campo non lontano da Chichester. I presenti dichiararono che di tutti i meravigliosi spettacoli dei quali erano stati testimoni nella loro vita, nessuno era stato più straordinario delle quattordici cabine d’ascensore che veleggiavano lentamente per l’aria azzurra.
     Poi fu la volta del geyser: un immenso zampillo di una sostanza disgustosa e vischiosa, della consistenza del catrame, schizzò in aria fino ad un’altezza calcolata sui quattrocento metri. Un aereo di vigilanza, che pattugliava la zona, fu afferrato come da un tornado e fu costretto ad un atterraggio di fortuna, uomo e apparecchio sommersi da quella porcheria; tale orrido liquido, che aveva un odore penetrante e nauseabondo, potrebbe essere stato il sangue del pianeta, oppure, come sostengono il professore Driesinger e la Scuola Tedesca, una secrezione protettiva, analoga a quella della puzzola, predisposta dalla Natura allo scopo di difendere la Madre Terra da invadenti Challenger (7).
     In tal caso però il primo ardito, seduto sul suo trono della montagnola, ne uscì immacolato, mentre non così fu per gli sfortunati rappresentanti della stampa, che imbrattati e lordati a causa della posizione in prima linea, non poterono presentarsi in società per molte settimane. Tale ondata di putridume fu spinta verso Sud dalla brezza e calò sulla povera folla che così a lungo e con tanta pazienza aveva aspettato, accampata sui Downs, che succedesse qualcosa. Non ci furono vittime, nessuna famiglia dovette lamentare perdite, ma molte furono inzuppate di quell’odore e tuttora recano qualche ricordo di quell’evento tra le loro pareti.
     Si giunse quindi al momento della chiusura del pozzo. Come la Natura lentamente sana una ferita incominciando dagli strati inferiori passando poi man mano a quelli superiori, così la Terra aggiusta con estrema rapidità qualsiasi strappo venga fatto sul suo corpo. Mentre i lati della voragine si riaccostavano, si udì un prolungato acuto stridore che, rimbombando dalle profondità e poi inalzandosi sempre di più, terminò in un assordante fragore quando l’anello del muro di mattoni all’imbocco del tunnel si sbriciolò, mentre un sussulto simile a un piccolo terremoto scuoteva i tumuli di detriti e ammassava una piramide alta una dozzina di metri, costituita da materiale di scavo e da rottami di ferro, proprio là dove c’era stata una voragine.
     L’esperimento del professor Challenger non solo era finito, ma era stato per sempre nascosto agli occhi degli uomini. Se non fosse per merito dell’obelisco che ora è stato innalzato dalla Royal Society, difficilmente i nostri posteri saprebbero il luogo esatto di questo incredibile evento.
     Ed ecco il gran finale. Per un bel po’ dopo i descritti fenomeni, regnò il silenzio e una trepida immobilità, come se la folla stesse riprendendosi e cercasse di rendersi ben conto di quanto era avvenuto e di come si erano svolte le cose. Poi all’improvviso la mente di tutti fu colpita dall’imponenza del successo, dalla grandiosità dell’intuizione, dalla genialità e meraviglia dell’esecuzione. All’unisono si volsero tutti verso Challenger. Da ogni punto dell’area giunsero grida di ammirazione, e dal suo piccolo piedistallo egli potè osservare la marea di visi rivolti verso di lui, inframmezzati solo dallo sventolare in su e in giù dei fazzoletti. Anch’io mi volsi e lo vidi più grandioso che mai. Si era alzato dalla sedia, gli occhi semichiusi, un sorriso di consapevole valore sul volto, la mano sinistra sul fianco, la destra infilata nel panciotto della redingote. Questa immagine è stata certo immortalata, perché ho sentito i "clic" degli apparecchi fotografici scattare intorno a me come una miriade di grilli in un campo. Il sole di giugno splendeva su di lui che si volgeva gravemente, inchinandosi ai quattro punti cardinali. Challenger il superscienziato, Challenger il maxipioniere, Challenger il primo tra gli uomini di cui la Madre Terra fosse stata costretta ad accorgersi.
     Ancora una parola a mo’ di epilogo. È risaputo ovviamente che il risultato dell’esperimento è stato conosciuto in tutto il mondo. È vero che in nessun altro luogo il pianeta ferito abbia urlato come fece quando fu toccato a tale profondità, ma esso dimostrò anche in altro modo di essere un’entità a sé, palesando la sua indignazione da ogni orifizio e da ogni vulcano. L’Ecla brontolò tanto che gli Islandesi temettero un cataclisma. Il Vesuvio emise un pennacchio di fumo. L’Etna sputò una quantità di lava e i tribunali italiani inflissero a Challenger una multa di mezzo milione di lire per la distruzione di vigne. Perfino in Messico e nell’America Centrale ci furono segni di intensa indignazione da parte di Plutone, e i muggiti di Stromboli riempirono il Mar Mediterraneo. Far parlare tutta la Terra è sempre stata un’ambizione comune: ma farla urlare è stato merito solo di Challenger.


Torna alla pagina principale
Torna all'elenco dei testi